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“Gastronomia e botteghe salveranno il mondo” Articolo tratto dall'edizione de "La Stampa in edicola il giorno 02/03/2014
[News del 03/03/2014]
A Torino martedì il master honoris causa in Economia

Una «gastronomia della liberazione»: è l’idea che Carlo Petrini, padre di Slow Food, illustrerà per la prima volta martedì a Torino, ricevendo il master honoris causa in diritto, economia e finanza dallo Iuc, istituto di eccellenza internazionale. Motivazione: originalità di studi e intuizioni sugli aspetti culturali, sociali, economici e ambientali del cibo come bene comune. «In genere dico di no, ma a Torino è diverso e poi qui non si tratta di agraria, ma di economia e finanza. M’intriga. Allora non solo ci vado, ma porto un gioiellino».
Da quanto rifletteva sul progetto?
«Da tempo, ma recentemente mi ha colpito veder chiudere, nella via principale di Bra, anche l’ultimo verduriere. Una volta i centri storici era pieni di lattieri, pollivendoli, pastai. Ora solo banche e stracci in città dormitorio. È finita un’epoca».
Che cos’è successo?
«La distribuzione alimentare, molto concentrata, mangia la fetta più grande della torta, penalizzando produttori (industria compresa) e consumatori, anelli deboli della catena. Ricerca del prodotto e legame con i produttori sono azzerati».
Qual è l’effetto?
«È un problema di convivenza civile. La biodiversità va vista a 360 gradi: nel mondo vegetale e animale, ma anche culturale, politico, religioso, organizzativo. Tutto. Una società muore di pensiero unico».
Bisogna riaprire le botteghe?
«Quando una cosa diventa invasiva, nasce una controparte. Slow Food lo fu per McDonald’s. Oggi bisogna reagire con una piccola distribuzione del XXI secolo, che non può indossare l’abito del vecchio bottegaio. Quello non ce la fa più. In questo mondo arrogante ci si difende con professionalità, non con nostalgie».
Come dev’essere il bottegaio del XXI secolo?
«Non può limitarsi a comprare a poco e vendere a molto. Deve conoscere le filiere produttive, organizzare la comunità, educare, fare promozione. È una fondamentale figura politica, deve studiare. Solo un gastronomo umanista può esserlo».
Da solo?
«No, altrimenti soccombe. Serve una rete planetaria».
Voi ci sarete?
«Certo, non siamo consulenti aziendali. Ma voglio scatenare i giovani: abbiamo spremuto il mondo, li abbiamo lasciati nella merda e ora non possiamo dire: sbrigatevela da soli».
Che cosa la fa sperare?
«Il cambiamento della comunicazione. La pubblicità declina, l’ho detto anche a Barilla: devi spiegare da dove viene il tuo grano, non affidarti a un attore che parla con le galline sui tetti. Del resto, è la questione dell’Expo: serviva un’agorà mondiale di contenuti, politici e culturali, non un’infilata di padiglioni».
Ma alla fine ci andrete.
«Abbiamo trovato una quadra dopo esserci scottati. La crisi ha indotto a processi virtuosi, rinunciando a cubature stile Manhattan. Restano dei problemi, ma disertare sarebbe stato un danno per tutti».
Quale sarà il vostro messaggio?
«Un’economia della sussistenza coniugata con la modernità. Negli ultimi 50 anni è passata la tesi che l’economia della sussistenza, che da 12 mila anni tiene in vita l’agricoltura, è miserevole. Ed è stata fagocitata dall’economia fondata su crescita e accumulazione. Invece hanno diritto di vivere con pari dignità».
Qual è il pregio dell’economia di sussistenza nel tempo moderno?
«Quando la vita è dominata da finanza e distribuzione oligopolistica, non conto niente. Mi illudo di decidere cosa mangiare e da chi farmi governare, ma anche la democrazia si riduce a un simulacro».
E allora, economia a km zero?
«Per carità, slogan insensato: dovrei abolire il caffè? Scherziamo? Dall’epopea delle spezie, tutta la cultura alimentare è fondata sullo scambio».
Come mai lo slogan dilaga e in fondo viene attribuito a Slow Food?
«Si è dato un nome sbagliato a un’istanza giusta: i prodotti freschi devono essere locali. Lo slogan “tira” e lo accetto, ma va precisato».
In che modo?
«A salvare il mondo sarà l’economia locale, declinata sulle competenze. A Timbuctù ha un raggio di 200 chilometri, perché km zero significa deserto. A Bra basta il Roero. Come la decrescita, l’ho detto al mio amico Serge Latouche: idea sacrosanta, ma il titolo non funziona. È sfigato. Evoca privazione, rinuncia».
E la sua idea che cosa evoca? 
«L’esatto contrario: liberazione».
Che cosa intende?
«Con la crisi che fa dilagare anche la stanchezza di vivere, servono nuove suggestioni. Dal consumo come status symbol alla gastronomia come liberazione. Lo è già in America Latina, lo sarà in Africa».
Accumulazione, liberazione: riecco il vecchio marxista...
«No... anzi sì, ma in un’altra dimensione. Queste parole le usa il Papa: contro l’accumulazione, non contro la ricchezza se distribuita».
Ne ha parlato con qualche politico?
«Politici siamo noi. E poi chi è attrezzato per questi discorsi?».
Renzi?
«Ascolta, ma non ha le conoscenze. Comunque tifo per lui. Fu Farinetti a parlarmene per primo: Carlin, questo ha i numeri! Mi ha colpito la sua mostruosa empatia fisica: con me come coi bimbi nelle scuole».
L’ha votato, lei che fondò il Pd?
«Alle primarie 2012. Del resto ero ben predisposto, dopo 28 anni non ne potevo più di votare Livia Turco. L’ultima volta, quando il risultato era scontato, ho votato Civati, di cui però non apprezzo le ultime performance».
Renzi voleva Farinetti ministro.
«Mica scemo, Oscar. E poi ci sarebbe stato un conflitto di interessi grande come una casa. Non basta vendere ai figli: quello lo fa anche Berlusconi».
Farinetti ha il pallino della politica.
«Ne fa molta col suo mestiere, non gli basta? E poi è sovraesposto: io non vado neanche da Fazio e Bignardi».
Ma ha ospitato Masterchef.
«Mi sono opposto, sono andato in minoranza. Però non potevano obbligarmi a partecipare. Mai».
Con Renzi che rapporto ha?
«Siamo diventati amici alla presentazione di un mio libro a Firenze. L’aveva letto tutto. In vita mia ho conosciuto solo due politici che lo fanno».
E chi è l’altro?
«D’Alema».
giuseppe salvaggiulo
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